Timori psicosomatici: “Anginofobia”.

Qual è la causa del timore di mangiare? Esiste una correlazione tra il cibo, visto come fonte di nutrimento, e l’angoscia legata alle figure genitoriali?

“Immettere la causa del dolore solo in un’entità di d1agnosi astratta “al di fuori di sé” non può definire chi siamo, quando il dolore ha origine in sè e solo in sè nasce e finisce.” Dal mio libro ©La Fragilità può essere Distrutta.

Recentemente, nel gruppo di supporto psicologico, ho conosciuto Santina, una madre single. Santina ha di recente affrontato una perdita in famiglia e, purtroppo, è stata anche lasciata dall’ex compagno poco dopo la nascita del suo primo figlio. Si tratta quindi di un contesto fortemente abbandonico.

Scrive nel post: “Volevo sapere chi di voi, dopo un trauma, ha difficoltà a mangiare per paura di soffocare”. Tuttavia mi chiedevo, come Santina abbia collegato la sintomatologia al trauma (che sembra molto razionalizzato nel timore a deglutire) e se le ragioni di questo siano correlate alle recenti vicende.

E’ un dato di fatto: l’ “anginofobia” è un’intensa paura di deglutire – piccoli oggetti, parti di cibo, talvolta saliva – con la convinzione che ciò possa causare il soffocamento. Si tratta quindi – come avviene comunemente in altri stati ansiosi – di un timore legato al rischio, che porta all’evitamento dello stimolo ansioso.


Quando Santina ha iniziato a parlarmi del problema, è stato evidente che alla base ci fosse un sentimento di colpa nel suo sentire. In effetti, l’atto della deglutizione può sottendere due pensieri di base: “non merito di mangiare” oppure “rifiuto questo elemento esterno” (se escludiamo eventuali cause patogene).

Per cause patogene, intendiamo un coinvolgimento organico a sé. Alcuni disturbi neurologici infatti, possono compromettere la deglutizione (sclerosi amiotrofica o sistemica, parkinson, malattie autoimmuni). Ed è a questo punto, che ho iniziato a pensare alla causa del decesso del padre di Santina.

Il padre di Santina, in effetti, è deceduto a causa delle conseguenze di una sclerosi multipla, e se la difficoltà a deglutire è proprio una caratteristica della SLA, è probabile che Santina abbia introiettato questo timore. (Il che chiarirebbe, dal punto di vista psicodinamico, le cause dell’angoscia reiterata).

A parte il trauma in sé e il timore razionale che può essere introiettato nell’osservazione dell’evento abbandonico, il disagio nel deglutire potrebbe simboleggiare un meccanismo difensivo “dall’invasione di elementi estranei” potenzialmente distruttivi, come accade nei disagi alimentari più comuni.

Ad esempio, in un contesto educativo severo (come nella fase adolescenziale) la fobia alla deglutizione può simboleggiare il rifiuto verso un ambiente invasivo e limitante o intransigente, volto a impedire l’appagamento di ogni pulsione.

Essendo il cibo un aspetto regolato dai nostri genitori (sia realmente che simbolicamente) e vedendo il caso di specie di Santina, sembra che il rifiuto del cibo sia la necessità di de-idealizzare la figura genitoriale, in favore della scoperta della propria autonomia. Difatti i bambini, nel rifiuto del cibo, rimarcano il loro disagio.

Nel 1977 Bion afferma:

La pulsione orale rappresenta un’avidità introiettiva, a sua volta metafora di un profondo desiderio di conoscenza, di esplorazione, di introduzione di elementi nuovi all’interno del Sé. Il tutto in ottemperanza a un desiderio di scoperta che impone il distacco dagli investimenti infantili per sancire l’inizio di un percorso identitario autonomamente gestito“.

O come come meglio spiegato da Freud “Dietro ad ogni attività inibita, si nasconde un desiderio pulsionale“. La causa della pulsione introiettata (o negata) nel caso di Santina, potrebbe derivare sia da un timore di perdita, che da un rifiuto del nuovo. Il concetto di “nuovo”, potrebbe rappresentare una minaccia di inattesa “distruzione”.

Questo aspetto è tipico di chi è molto legato al proprio genitore di riferimento e nel caso di specie il trauma rievoca sia il timore di perdere una persona cara (simboleggiata dal cibo), sia di affrontare la vita senza il supporto “salvifico” del genitore, il cui supporto è venuto a mancare.

Il timore del soffocamento rappresenterebbe di fronte alla necessità di difendersi da questo pericolo, sia l’espressione di questa angoscia (che viene repressa) sia la necessità di indipendenza. Trattandosi di un timore psicosomatico è consigliabile una psicoterapia cognitivo-comportamentale utile a ricostruire la consapevolezza dei propri stati emotivi.


Il mio libro

©La Fragilità può essere Distrutta


“Con mia triste esperienza ho appreso che la ragione dell’Infelicità umana dipende dall’Aspettativa: aspettare Qualcuno, aspettare Qualcosa; aspettare che qualcosa cambi attraverso un sacrificio Morale, Lavorativo, Religioso, Psichico. E indossiamo una MASCHERA per integrarci. Ma qualcun altro o qualcos’altro in Natura a parte la nostra “intelligenza” ha bisogno di compiere Sforzo, per essere felice? Allora lo Sforzo di cambiarsi in relazione alle Aspettative credo, sia la Ragione dell’Infelicità. Ovvero la Ricerca della Felicità stessa.” ©La Fragilità può essere Distrutta – Simone Capuano

Sinossi

©La Fragilità può essere Distrutta


Dall’Accettazione di Sè al di là dagli stigmi e i dogmi sociali, può avvenire la Conoscenza del Vero Sè. Nel mio primo libro analizzo le cause di disagi psicologici, sessuali, culturali e dell’influenza della società sui disagi interiori.

Il Disagio Emotivo fa parte del Sè o nasce da un Disagio della Società? La Sensazione e il Sintomo dove si differenziano? Il Sintomo in sè è variabile; qual’è il Parallelismo Sintomo/Sentimento in relazione al Sè e alla Società?

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