Il senso di solitudine, che si crede si possa provare viaggiando da soli è davvero marginale, quando pensi che la solitudine è la condizione della natura umana, e puoi ritrovarla in mezzo a tanta compagnia.

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Una settimana in ostello può valere molto più di una in un hotel a cinque stelle (se non hai una famiglia, certo). In quest’esperienza, ho riscoperto il vero concetto di “comunità”: il sostegno reciproco, qualcosa che oggi è difficile da trovare, persino nella propria cerchia sociale.
Ti fa riflettere.
Condividere sentimenti e pensieri con persone che all’inizio sembrano così lontane da te per lingua o cultura, ma che hanno così in comune con te. E in quel momento ti senti a casa. Anche se l’ostello, è così diverso dal concetto tradizionale di casa, che abbiamo oggi.
C’era di certo qualcosa in comune che ci univa che non era subito chiaro a noi stessi.
Ricordo ad esempio, come io e una ragazza di origini ucraine, avessimo lo stesso libro nello zaino: “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello. Ricordo ancora la sua faccia quando, parlandogliene, lo sfilò dallo zaino.
E questo ti fa capire come la diversità, sia un fattore così sopravvalutato, se stai percorrendo lo stesso ambito di vita degli altri.

Qui ero a Porta Maggiore, alla fine di un lungo viaggio di due anni, culminato con una settimana in ostello.
Ho conosciuto realtà così diverse, ma a me così complementari, con scenari variegati: rifugiati di guerra, che avevano perso la casa o il lavoro, altri che viaggiavano semplicemente senza uno scopo.
Il senso di solitudine, che si crede si possa provare viaggiando da soli è davvero marginale, quando pensi che la solitudine è la condizione della natura umana, e puoi ritrovarla in mezzo a tanta compagnia.
I viaggi ci rendono saggi.
Per spiegarlo meglio, vorrei concludere proprio con un verso del saggio di Pirandello, che mi ha aiutato a concludere anche il mio primo saggio, al ritorno da questo lungo viaggio:
“Diciamo dunque che è in noi, ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalle città; cioè, si da un mondo costruito (…) un valore che qua, almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui, riconoscete l’affliggente vanità”.
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